Libraio per amore

Per tutta la vita ho sempre ascoltato musica. Senza capirci un beneamato. Mi sono focalizzato solo su ciò che un brano esprime, se riesce a colpirmi nel suo insieme. Ho sempre evitato, per scarsa voglia e un po’ per ignoranza, di approfondire le gesta o la vita di molti degli artisti a cui ho prestato orecchio. Una canzone, quando mi colpisce, mi becca dritto nell’anima: gli arrangiamenti di batteria, le armonizzazioni vocali, i riff di chitarra, il giro di basso. Come dicevo: nel suo insieme totale.

Sono sempre stato anche un lettore accanito, fin da quando ero un bambino. Quando mi sono stufato di leggere di draghi, principesse e spade magiche sono passato (anche) alle biografie. Non so come, ma un bel giorno mi si è accesa una lampadina e la famosa vocina interiore mi ha recapitato una notifica in cui mi diceva che sono vissuti personaggi fantastici, con storie fantastiche che aspettavano solo di essere assaporate e quindi mi sono detto: <<perché non leggere le storie di alcuni tra i primi musicisti?>>  Ed ecco che ho conosciuto meglio Eunice ed Eleanora. Due donne che oltre a volersi imporre sul panorama musicale, hanno dovuto prima di tutto sopravvivere in un mondo in cui il colore della pelle era una condanna.  Ma lasciate che vi parli meglio di loro e di come le ho “conosciute”:

ninasimonelibro
David Brun-Lambert
Nina Simone – Una vita
(Universale Economica Feltrinelli – 2014)

Eccolo qui. Anzi, eccola qui. Eunice Waymon, conosciuta in tutto il mondo come Nina Simone. In questo libro, l’autore, ha raccolto le esperienze, le storie e i racconti di chi l’ha conosciuta, di chi ci ha lavorato e di chi ci ha vissuto a stretto contatto. Storia quanto mai drammatica che inizia in una triste cittadina del Nord Carolina, nel 1933, ancora in piena segregazione razziale. Lo scrittore ci racconta di questa bambina che scopre molto presto di avere un dono, suonare il pianoforte come pochi. Viene mistificata da una madre bigotta che ha visto in lei una rivelazione divina e portata (forse troppo presto) all’autocompiacimento  tant’è che era così sicura di entrare al Curtis Music Institute di Philadelphia che, una volta rifiutata, ci ha messo del tempo per riprendersi. L’autore identifica questo, come il momento della graduale scomparsa di Eunice e della nascita di Nina Simone. Insomma, tra un matrimonio fatiscente con il proprio manager, una figlia da cui non è riuscita a farsi amare e una carriera che ha subito l’influenza del suo carattere altalenante, questa donna, questa High Priestess of Soul, si è ricavata il suo posto tra le stelle. Odiava il Music Buisness e i pirati e i millantatori che ne fanno parte, ma allo stesso tempo amava smisuratamente il denaro, grazie al fatto che la sua infanzia è stata dominata dalla mancanza di esso. Un vero guazzabuglio di emozioni contrastanti. Cantava l’amore perduto, quello che lei (almeno a suo dire) non ha mai trovato. Cantava dei suoi fratelli di colore, per i quali a lottato in seno al Movimento per la lotta contro la segregazione, capeggiato da Martin Luther King. Cantava per la sua anima, divisa in tanti pezzettini e sparsi chissà dove. Cantava per la solitudine interiore di cui soffriva, per la sua malattia, che le costerà tanto fino a un giorno di Aprile del 2003 in cui si spense, tra tanti misteri e indiscrezioni nella sua villa in Francia. Non mi resta che dirle grazie, a questa favolosa musicista. Grazie per la sua musica, con la quale ha condiviso (e continua a farlo) col mondo intero la sua sofferenza, la sua (poca) felicità e l’amore mai pienamente vissuto.

billieholoday
Billie Holiday
La signora canta il blues
(Universale Feltrinelli Economica – 1996)

Nata nel 1915 a Baltimora, Maryland, come Eleanora Fagan da due genitori adolescenti (la madre aveva 13 anni) è conosciuta nel mondo come Billie Holiday. Forse, una delle più grandi. Mi ha colpito principalmente per la sua storia e amo particolarmente questa donna, che ha vissuto una (breve) vita così intensa, così triste e piena di difficoltà, con una forza e un carisma senza precedenti. Ha iniziato a lavorare come sguattera all’età di 6 anni, per pagarsi la scuola e sopravvivere, a causa di un padre che partì in tour come musicista e non fece più ritorno e una madre che si spaccava la schiena lavorando a New York pur di racimolare qualche spicciolo in più. Ha vissuto in pieno quegli anni in cui essere neri, in una nazione di (ex) schiavisti significava zero cure mediche, zero supporto sociale, razzismo e stupri sommari, di cui fu vittima all’età di 10 anni e per il quale finì al riformatorio, manco fosse stata lei l’autrice del crimine. Si prostituisce in una casa di piacere a New York (all’età di 13 anni) per aiutare la madre a pagare l’affitto e finisce in prigione 18 mesi per essersi rifiutata di andare con uno dei neri “padroni” di Harlem.  In tutto questo, lei canta. Canta le canzoni di Bessie Smith e Louis Armstrong fino al giorno in cui, in club clandestino durante gli anni del proibizionismo, riesce a farsi notare e da lì, la sua carriera prende il volo. Mitica Billie. Nonostante la sua carriera venga lanciata da Bennie Goodman per i primi anni si troverà a combattere contro la segregazione e il razzismo perpetrate ai danni della comunità afroamericana. Lady Day si fece conoscere e odiare/amare per la sua condanna alle violenze sui neri, da cui nacque Strange Fruit, brano che le porterà tanto successo quanto odio. La dipendenza dall’alcool e dalle droghe, resasi più evidente dopo la morte della madre, la renderanno (quasi) l’ombra di se stessa. Tiene duro giusto il tempo per una tournee in Europa, in cui passa da Milano, dove non viene apprezzata e il concerto interrotto dopo il quinto brano. Grazie ad alcuni fans, che a spese loro organizzano una piccola e intima esibizione privata, avrà anche nel Bel Paese, il suo piccolo momento di gloria.
Billie muore a 44 anni di cirrosi epatica, sola, in un letto di ospedale.
Di lei mi ha colpito la sua storia, che se vogliamo, può essere un monito anche per i giorni nostri. Mi ha colpito di come, nonostante le evidenti e drammatiche difficoltà, sia riuscita, con coraggio e determinazione a ritagliarsi il suo spazio e, nel tempo, ad influenzare tutta una schiera di musicisti che a lei e ai primi coraggiosi blues men (e women)  devono parte di ciò che sono oggi. Immortale, questo è il suo lascito.

Ho voluto condividere questi libri e vorrò farlo anche con quelli che sto divorando in questi giorni. Perché la musica è anche questo, sapere chi erano questi cantastorie e cosa li ha portati a regalare al mondo e a noi poveri mortali, le loro anime sotto forma di note.

logotullio
Tullio


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