L’isola perduta

Buongiorno. Finalmente sono stato in vacanza. Pure io, a volte, sento il bisogno di farlo. Questa è stata la vacanza delle epifanie.

Ho approfittato di una delle tante offerte che affollano la rete e ho sorvolato il Marocco e la Spagna, diventando uno di quei 5 milioni di turisti che, ogni anno, invadono (letteralmente) le coste delle Isole Canarie, in particolar modo dell’isola di Tenerife. Come alcuni grandi autori che seguo consigliano, quando si viaggia, può essere utile munirsi di qualche libro inerente al luogo di arrivo. Non guide ma storie. Storie di autori che sono passati da qui anche in epoche remote e che  hanno impresso ció che hanno vissuto su carta. Ovviamente, tanto per non deludere, mi sono portato dietro un libro che parla di un viaggio attraverso l’Appennino e le Alpi italiane…ma la gente mi vuole bene per questo.

La prima cosa che mi ha colpito quando ho messo piede sull’isola è stato l’odore dell’oceano. Banale per la maggior parte dei viaggiatori siamo d’accordo, ma non per uno che ha la possibiitá (e la voglia) di fare questi giri ogni tanto. Diciamo che riesco ad apprezzare meglio certe cose, se me le gusto sporadicamente, così non devo dire che lo faccio anche perché non c’ho mai ‘na lira.

Come dicevo le mie narici sono state invase dalla salsedine, mischiatasi poco dopo con altri odori lontani: un misto tra smog, tapas e profumi di marca. Sento dell’umido nell’intimo e realizzo che non mi piace volare. Soprattutto quando il pilota sbaglia l’atterraggio due volte, con l’aereo che sembra diventare un carrello da miniera dell’800, scaraventandoti a destra e manca. In quel momento ho sentito il vero silenzio. Italiani che fino a due minuti prima si vantavano della loro pluriennale esperienza di viaggiatori provetti si sono ritrovati a stringersi la mano tra loro. Sudori freddi e puzza di escrementi. Non saprei dire se il mio vicino di posto, era più spaventato di morire o di perdere i suoi 3 iphone, l’ipad mini e il tablet che ha infilato nella borsa in tutta fretta. Gente strana.

Arriviamo a destinazione su di un vecchio taxi Mercedes lanciato a tutta birra per la superstrada. La promozione ci ha portato ad alloggiare in uno dei migliaia di residence che, letteralmente uno sopra l’altro, sovrastano tutta Costa Adeje. Uno sconfinato panorama di eco mostri che partendo dal fianco della montagna, scavato senza ritegno, arrivano fin sulla spiaggia, impedendomi di restare stupito dalla presunta bellezza del paesaggio. Eppure, mi dico, qualcosa di bello ci deve essere, perciò provo a non farci caso, anche se un po’ mi rode.
Scendiamo a cercare un ristorante per mangiare qualcosa e le mie gambe prendono subito confidenza con le pendenze estreme che caratterizzano l’isola. Sembra di essere a Genova, dove le stradine si inerpicano come sentieri da sherpa del nuovo millennio.
Arriviamo sul lungo mare e già ho voglia di scappare. Trovo una passeggiata che costeggia le spiaggie, dove ogni metro è occupato da negozi che vendono tutti le stesse paccottiglie, tra cui i famosi Boomerang (tipicamente spagnoli…) e “buttadentro” asfissianti che ad ogni passo ti invitano nel loro ristorante, asserendo che mangerai i migliori Spaghetti alla Bolognesa della zona. No grazie.

Butto l’occhio sul litorale sperando nelle famose spiagge vulcaniche e le vedo, finalmente. Ho auspicato fino all’ultimo che il turismo galloppante avesse risparmiato almeno l’oceano e invece no. Per accontentare le masse e rendere più confortevole la balneazione, ogni spiaggia è stata confinata ad hoc dentro una cerchia di frangiflutti che, posizionati a semicerchio fino a una decina di metri dal litotale, contribuiscono a creare l’effetto “spiaggetta privata”, togliendo il fastidio del moto ondoso quando l’oceano si agita e tutti ringraziano. Hanno distrutto l’ecosistema di quella zona ma…comunque grazie.

A questo punto non restano che due cose da fare: adeguarsi o cambiarsi le mutande e risalire sul primo volo ma, dato che sarei tornato da solo e con l’intimo umidiccio in valigia, decido di dare una possibilità a questo luogo e di non fare l’alternativo chic demodé che tanto detesto. Vuoi ben dire che tutta l’isola sia cosí? Mangiamo Paella, cerveza ghiacciata, 10€ a testa e un insopportabile vicino di tavolo che discute animatamente col cameriere, italiano, di come Salvini salverà l’Italia dalla povertà che ci affligge. Diventa difficile ingozzarsi di tapas se pensiamo a tutti questi poveri no?

Il nostro residence è provvisto di piscina, in cui ci rifugiamo nei tardi pomeriggi dei giorni a seguire e il mio spirito di osservazione, la mia condanna, mi porta a notare alcuni particolari divertenti. L’hotel è abitato per lo più da inglesi, gonfi di birra e pelle color cadavere che assume uno spassoso colore aragosta bruciata,dopo qualche giorno passato al sole. Finalmente anche io mi sento un modello. I miei 98kg di addominali da tavola fanno un figurone.
Passa qualche giorno e sono sempre tutti li, a bordo piscina, tutto il giorno, tutti i giorni. Sette e più ore di volo, per passare le giornate a tracannare birra (2€ per una media) a bordo vasca. Alcune famigliole, le cui dimensioni le portano a polverizzare ogni record, facendo impallidire il buon Jerry Scotti, si organizzano con casse da 24 lattine, una a testa, comprate nel market qui vicino. Hamburger giganti e rutti frequenti scandiscono le giornate.

Noleggiamo un auto: è arrivato il momento di vedere qualcosa che non siano turisti in bermuda e sandali coi calzini. L’isola si gira facilmente in un paio d’ore di macchina, percorrendo queste super strade di recente costruzione, gustandosi un paesaggio brullo e a tratti desolato, con notevoli scorci sul mare.La prima meta è Icod de Los Vinos, per vedere El Drago Milenario, un albero che ha più di mille anni, chiamato così perché la sua linfa è di colore rosso scuro.
La popolazione autoctona dell’isola, tali Guanchos, lo venerava per via delle (presunte) proprietà curative attribuitegli da riti propiziatori. Capacità che hanno influito poco, dato che la maggior parte di loro è stata sterminata dalle malattie portate dai Conquistadores spagnoli, nel 1500 circa. I restanti, divennero schiavi.

Il luogo dove si trova l’albero è diventato un  “giardino botanico”, costruito in fretta e furia per poter giustificare alle camionate di nonni in viaggio di gruppo, i 5€ pagati all’ingresso: qualche sasso buttato qua e la, un paio anatre malandate che convivono con alcuni galli canterini
Il parchetto è circondato su tre lati dagli immancabili ristoranti acchiappa turisti e sul restante lato da costruzioni abusive mai terminate, tra cui una che sfiora le fronde, alte 12 metri, del guardiano millenario. Che tristezza. L’imperitura memoria che si percepisce avvicinandosi al tronco svanisce tra un piatto di calamari alla romana e un filetto alla Stroganov cucinato da cinesi.
Resisti grande gigante frondoso, ti prego.

La gita prosegue. Direzione San Cristobál de La Laguna, patrimonio dell’UNESCO. Una cittadina che racchiude case tipiche dell’era coloniale tra cui alcune ancora in piedi dal 16° secolo. La iglesia più vecchia e rappresentativa è chiusa al pubblico, forse per evitare che qualcuno possa sputare sulle esequie del suo fondatore, Alonso Fernández de Lugo, che ha pensato bene di edificare la città su di un lago sacro ai nativi dell’isola, nel 1496. Ci concediamo una rapida e golosa occhiata ai cortili interni di queste casine, impreziositi da cornicioni e balconi in legno, finemente realizzati. Il monastero di Santa Caterina da Siena è aperto al pubblico solo dalle 18.30 alle 20.00, in controtendenza con il resto dell’isola. Quest’orario inspiegabile non ci permette di visitare la salma incorrotta di una suora morta qualche secolo fa. Mi sento comunque meglio, qui si respira aria di cittadina universitaria e il centro storico pedonale è davvero una chicca.

Per chi non lo sapesse, l’isola di Tenerife è vulcanica e il suo creatore è El Teide. Il terzo vulcano attivo più grande del mondo, con il cono a 3.716 metri di altitudine. Capostipite di un’allegra famigliola di vulcani minori, si staglia fiero e imponente su di un altopiano lunare a 2.200 metri di altezza. Uno scritto dell’esploratore italiano Lanzarotto Malocello, descrive l’isola ricoperta da foreste sconfinate di pini e abeti, nel 1312.  Il Nostro approdò sull’isola a cui gli spagnoli dettero il suo nome, Lanzarote, ma si concesse anche un giro per l’arcipelago, cercando altri genovesi dispersi di una spedizione precedente.

Queste foreste ora occupano solo una parte del versante meridionale dell’isola, sostituite prontamente dai catalani conquistatori con banani e canna da zucchero tra il 1496 e il 1510. La bellissima strada che si inerpica su per l’altopiano ci apre un panorama meraviglioso. Oceano a destra e rocce vulcaniche a sinistra. Il buon Paolo Rumiz adorerebbe questi monti che sembra navighino senza meta. Ci arrampichiamo affascinati fino a quota 1700 e ci prendiamo il tempo necessario per fermarci nelle piazzole strategicamente piazzate nei punti più panoramici e suggestivi. Per ogni sosta, un cartello descrive dettagliatamente quello che stai osservando e comincio a sentirmi sempre più inutile e minuscolo di fronte a codesta potenza. Siamo soli. Nessuna macchina e un silenzio affascinante ci circonda. Voglio vivere qui. Vi prego lasciatemici.

Non facciamo in tempo a sognare una baita di legno dove trascorrere il resto della nostra vita che..arrivano. Un enorme pullman rigurgita uno sciame di turisti con tanto di guide entusiaste al seguito. Donne russe con tacchi a spillo altissimi e tedeschi birra in mano, rigorosamente in canotta e sandalo calzinato. Furtivamente ci avviciniamo all’auto, stando attenti a non disturbare questa specie che dicono essere molto invadente. Giro la chiave e via verso la vetta. Sostiamo nell’ennesima piazzola a ridosso di una colata lavica maestosa, un fiume di roccia nera e lapilli che sbuca dal fianco della montagna, immobile, maestosa ed eloquente, come a dire: “io sono qui. Ammiratemi”.

Scattiamo qualche foto, mi giro ed ecco arrivare un fiume di jeep che scarica una masnada di visitatori proprio sui nostri piedi. Le foreste di pini lasciano presto il posto a foreste di aste per selfie. Nessuno si concentra sul paesaggio, troppo impegnati ad auto compiacersi, fotografando minuscole rocce e fronti troppo arrossate dal sole. Probabilmente per non sentirci delle nullità totali, la nostra arroganza di esseri umani ci porta ad ignorare la spiritualità di certi luoghi, così da non perdere la sensazione di essere noi i padroni del mondo.
Per fortuna il parco naturale non è stato stuprato da villaggi turistici ne hotel e quindi si può ancora godere di queste lande vulcaniche desolate che assomigliano un pochino al bush del Queensland australiano. Rendiamo omaggio a El Teide pregando che un giorno possa ricordarci quanto piccoli siamo e ripartiamo.

Voglio cercare dei locali con cui scambiare qualche chiacchera ma mi rendo conto che la popolazione attuale si divide tra spagnoli trapiantati, italiani e pakistani. La memoria di questo posto va cercata altrove, non su questa terra. Le uniche “piramidi” presenti in loco sono delle accozzaglie di rocce ricostruite e date in pasto all’ignoranza vacanziera. Così ce ne torniamo in albergo, stando ben alla larga dai parchi acquatici confinanti, pieni di orche sifilitiche catturate chissà dove e delfini nevrotici che la sera puoi sentire gridare e lamentarsi, nelle vaschette da pesci rossi dove sono costretti a vivere.

Un’ultima passeggiata lungo la selva di locali mi porta ad assistere ad un’altra tipologia di turismo molto in voga da queste parti:il whale watching. Per tutto il giorno e tutti i giorni, immensi barconi arrancano sulle onde, portando frotte di persone ad osservare tutte le specie marittime che popolano queste acque. Richiamano i delfini lanciando mangime in acqua per la gioia di grandi e piccini e se ne fregano altamente del danno perché tanto, quello che conta è il selfie con la faccia felice del turista o il feedback positivo sul TripAdvisor di turno. Morale della favola: qualche delfino goloso e di balene neanche l’ombra.

Sinceramente, prima di partire, anche io ero dell’idea di partecipare, perché adoro le balene, grandi giganti gentili che tanto hanno da insegnare ma, una volta informatomi, ho scoperto come si svolgono queste escursioni e mi sono detto: ma anche no. Non sono un puritano è ovvio, ma sono fermamente convinto che certe pratiche vadano eseguite nel massimo rispetto per la natura e dell’ecosistema, senza forzature e finché non sarà così, non voglio farne parte. Mi accontenterò di Alberto Angela.

Tenerife, mia cara isola perduta. Perduta non nel senso “persa e ritrovata” ma persa e basta. Smarrita nell’intrattenimento ad ogni costo, dove ogni visitatore può trovare un pezzetto di casa sua e non sentirsi un piccolo naufrago in mezzo all’oceano, come natura vorrebbe. L’ultimo scambio di opinioni con un cameriere svizzero che vive lì da vent’anni mi fornisce un quadro pragmatico e molto (per l’appunto) “svizzero” della situazione che stanno vivendo: “qui, negli ultimi dieci anni ci siamo riempiti di italiani che vengono a vivere qua, senza soldi e senza voglia di lavorare. Partono pensando di fare la bella vita, di starsene in spiaggia tutto il giorno, vivendo di lavoretti saltuari per poi ritornare in patria morti di fame, quando si accorgono che l’assistenzialismo di voi italiani qui non esiste”
“Ma non sono tutti così, il ristorante per cui lavori è gestito da una famiglia toscana trapiantata qui da 20 anni e mi sembrano gente volenterosa, dato che il locale è sempre pieno tutte le sere!” dico io.
Si siede con noi al tavolo e continua “ma certo, però quella era una generazione coraggiosa, che sapeva di doversi rimboccare le maniche, ma ora, con le tariffe all-inclusive a prezzi ridotti, abbiamo attirato sulle nostre coste tutti i tipi di turisti, compresi quelli che non vorresti mai neanche a casa tua”.  Noto una sottile vena di rabbia e delusione in lui, così decido di parlare d’altro.
Parliamo di luoghi, gli confido le mie impressioni sull’isola e mi rivela che ci sono ancora due o tre posticini isolati e selvaggi che meritano una visita e ne prendo nota per un futuro ritorno a questi luoghi perché, ahimè, purtroppo il nostro tempo è scaduto.

Sono tornato a casa rilassato ma inquieto, sentendomi un pochino in colpa. Vorrei avere la forza per dirgli di smettere ed avrei voluto usare una delle forchette a tre rebbi che hanno li come tridente, per scatenare la potenza del signore dei mari, raccogliendo la voce del luogo intorno a me, accelerando l’estinzione a cui accompagniamo la nostra terra, ogni volta che gli voltiamo le spalle per scattarci un selfie. Ma come ogni lieto fine che si rispetti, anche il solo avere scoperto che in qualche luogo remoto, l’anima selvaggia di Tenerife resiste, mi ha dato sollievo e speranza, quindi metterò via il tridente e richiamerò Nettuno, che ancora possiamo giocarcela.

Tullio

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