Orario di chiusura

Nei giorni scorsi si è fatto un gran parlare (forse anche troppo) della decisione di imporre un periodo di chiusura di quattro mesi al Cocoricò di Riccione. La nota discoteca, ha pagato dazio per la morte di un sedicenne, avvenuta circa un mese fa, a causa di un collasso dovuto all’assunzione di Mdma, da parte del giovane, proprio all’interno del locale, durante una delle tante serate.

Come al solito, noi italioti, sappiamo sceglierci bene le nostre battaglie e il provvedimento messo in atto nei confronti del locale, è stato subito contestato da migliaia di fattoni, frequentatori, gestori e lamentosi cronici. Ci sono anche i (finti) perbenisti che tappezzano la rete di messaggi di solidarietà del tipo: “non mi hanno mai obbligato a prendere droga al Cocoricò, solidarietà al locale” però, non dicono che ne fanno uso a prescindere, perché se no farebbe brutto…strana la vita. La questione solleva vari dibattiti, aperti dalla notte dei tempi, sulla prevenzione e sull’informazione riguardo l’assunzione di droghe, la legalizzazione delle suddette e di chi sia la responsabilità in questi casi. Vari autorevoli ed esperti hanno manifestato le loro opinioni e agli ignoranti non è rimasto altro da fare che scegliere a chi dare la colpa dell’accaduto: al ragazzo deceduto, allo spacciatore, ai genitori, allo spirito santo, alla nonna, ai Marò.

A proposito di questo: il giorno dopo la pubblicazione della notizia, ha iniziato a circolare in rete, l’invito all’evento “riapertura Cocoricò con special guest i Marò”, al quale più di 30.000 (avete letto bene, più di trentamila) burloni hanno asserito che parteciperanno.
Ovviamente è opera di qualche genio del crimine o di un cerebroleso che ha fatto troppe serate moleste al “Cocco”. Una burla che rispecchia esattamente ciò che molti di noi sono: dei pagliacci.
Cattivo gusto o meno, chi decide di farne una caricatura, perde, secondo me, ogni diritto di lamentela e di opinione perché, il proprio pensiero, l’ha già così espresso.

Le responsabilità

Le colpe. Queste cazzo di colpe, qualcuno se le vuole assumere? E’ giusto che lo faccia? Abbiamo i genitori del giovane, i quali, secondo alcuni, “avrebbero dovuto vigilare sul figlio” e insegnarli che “le droghe fanno male”. Come se potessero essere presenti in ogni momento e sono sicuro, che tutti i “te l’avevo detto” saranno di grande conforto a chi ha aspettato invano il ritorno a casa di un figlio.
Abbiamo gli amici del ragazzo, che stando ad alcuni filosofi post-moderni, avrebbero “contribuito a coinvolgere il ragazzo nell’assunzione” perché “se non fai certe cose ti senti escluso” e di conseguenza ti senti “obbligato dagli altri”, dimostrando ampiamente che, si, siamo tutti dei pecoroni. Ci sono gli spacciatori, i quali espletano la loro funzione da millenni e per la maggior parte se ne fottono, se ciò che vendono causa degli improvvisi attacchi di morte precoce. Spacciatori che lo fanno un po’ per necessità e un po’ perché hanno visto troppe volte Scarface o Breaking Bad. Spacciatori di bassa levatura che infestano i locali, le piazze e le strade di tutto il mondo che, di certo, non rappresentano il pesce grosso alle spalle che, probabilmente, in quel momento era in una villa con qualche politico o celebrità, ad organizzare l’ennesimo Sniffo Party.
Infine abbiamo il locale, che (dovrebbe) fornire uomini e mezzi contro la proliferazione di certe faune al suo interno. Certo ragazzi, alcune responsabilità sono proprio del locale. Oppure, se preferite che durante il Memorabilia o qualche altra serata, ci siano 300 agenti della Digos schierati all’interno della discoteca, ad osservare e stroncare ogni vostra mossa sospetta, lascio a voi la scelta. Il personale addetto alla sicurezza del locale, non può avere occhi per tutte le migliaia di persone presenti e vige (da sempre) la regola del “1 ne prendi e 9 ti sfuggono”. E’ così dappertutto, non solo nelle discoteche. Fatevi raccontare dai vostri genitori com’era l’ambiente delle Disco italiane quando avevano quindici anni. Altrimenti guardatevi Saturday Night Fever e fatevene un’idea. Persino nei posti da “tardoni” a volte, mi è capitato di entrare in bagno e vedere gente che si pipava l’impossibile, sul bordo del water…sporco.
La responsabilità è un po’ di tutti. In primis di chi fa’ uso inconsapevolmente di droghe, subito seguito a ruota da chi ha attorno che, se fornito di intelletto, avrebbe il dovere (quantomeno) di provare a dissuaderlo. Vuoi ben dire che in una compagnia di venti amici tutti, ma proprio tutti, siano dei tossici? Ho i miei seri dubbi. Le responsabilità sono anche da condividere con chi si gira dall’altra parte, di chi fa’ finta di non vedere (i locali e le istituzioni e molte persone) perché “tanto non cambierebbe nulla” e poi si indigna per i provvedimenti postumi nei suoi confronti. Non crederete mica che il consiglio di amministrazione che gestisce il locale “finirà in mezzo a una strada”, vero? Tra di loro ci sono imprenditori miliardari (anche uno che è il presidente del Rimini Calcio, tra le altre cose) che fino ad ora si sono intascati svariate migliaia di euri. Tranquilli che chi finirà nella merda saranno i baristi, le cubiste o i tecnici, pagati a tozzi di pane e pacche sulle spalle (con contratti di Schiavitù legalizzata) e non di certo, per colpa del prefetto che ha chiuso il locale. Tra le al tre cose, la chiusura imposta dalle istituzioni non sarebbe da imputare solo a questa morte, ma anche a tutte quelle volte che scoppiavano risse tra fattoni, alla gente che collassa nei cessi o nel parcheggio e allo spaccio incontrollabile (e incontrollato) dentro e fuori il locale. Diciamo che il provvedimento rispecchia la tipica metodologia di applicazione delle leggi italiane: si aspetta sempre che ci scappi il morto, ci si indigna, si reagisce e alla fine, qualcuno paga pegno.

Le droghe

Sfatiamo questo mito: la gente si droga, da sempre. Si droga con la cocaina, con l’eroina, con la marjiuana, con l’hashish, con la colla, con la trielina e soprattutto con quelle legalizzate come alcool, tabacco e caffè. Paradossalmente, se nella nostra vista ci siamo gustati anche solo un unico bicchiere di Scotch, potremmo quasi dire di “aver provato della droga”.  Allora cosa ci indigna? Che muoia un ragazzino di 16 anni? Secondo me non siamo indignati, siamo dispiaciuti, mortificati, perché incapaci di affrontare il retaggio del nostro passato e del nostro presente, ergo, di assumerci la responsabilità per aver contribuito (in piccolo o in grande) a tutto questo. La droga, così come tutte le cose che facciamo, tipo guidare un’auto, è qualcosa da affrontare con consapevolezza di se e cognizione di causa. Non parlo dei tossicodipendenti, ma di chi ci si avvicina sporadicamente o ne fa uso saltuario. Se siete incapaci di guidare e vi limitate ad accendere il motore invece che il cervello, avrete per le mani un’arma. Il tutto sta nell’uso che ne fate. Non ci si dovrebbe stupire se un ubriaco molesto sfascia una vetrina, lui ne era consapevole ancor prima di iniziare a bere, che poteva finire in quel modo. Lo spingersi sempre oltre i limiti è insito nella natura umana. Non bastavano più la cocaina e la marjiuana, si è dovuto inventare l’LSD, le metanfetamine, le “paste”, le “bag”, la Crystal Math, X Factor e altre amenità. Quello che manca, secondo me, sono il punto di riferimento e il punto di arrivo. Chi fa uso di queste porcherie sintetiche, soprattutto durante dei rave party o delle serate in disco, lo fa perché è convinto che non gli basti più una sana sbronza; perché più sei rovinato, più hai possibilità di diventare un idolo per chi ti sta attorno; perché magari credi che così facendo, viaggerai in posti meravigliosi o, più semplicemente, di fare colpo sulla patata di turno, col tuo fare anticonformista ed estremo. La linea del traguardo non è ancora fissata, perché vogliamo sempre di più. Non ci bastava più un solo telefono cellulare, ora ne vogliamo almeno due, se non tre o quattro. Venti anni fa i ragazzini di 15/16 anni facevano i primi tiri al cannone dell’amico, ora sono passati direttamente all’MDMA, senza passare dal via, ritirando ben più che le solite 20.000 lire, visto i costi di certa roba.

In conclusione, non ci resta molto da fare. La prevenzione o l’educazione sono dei mezzi. Il fine non deve essere il “non drogarsi” o il “non bere” ma “se vuoi drogarti fallo, però sii consapevole a cosa vai incontro” soprattutto quando coinvolgi altre persone. Penso sia inevitabile, certo, a meno che non siate degli eremiti. Ogni volta che rischiate, dovrete essere consci che le persone a cui state a cuore (veramente) si preoccuperanno, che lo vogliate o no.
La chiusura obbligatoria di un locale non deve essere la soluzione ma, come ai bambini, si impone una punizione, quando si fanno le marachelle. Chiudere i luoghi non elimina lo spaccio è ovvio, ma non siete voi che vi lamentate sempre che il governo e le istituzioni sono assenti? Guardate che neanche arrestare lo spaccino di turno, eliminerà il problema definitivamente, ma da qualcosa si dovrà pure iniziare.

Ah, e smettetela di dire che “al ragazzo gli sta bene, se ha preso la droga!” perché la prossima volta che succederà, potrà coinvolgere qualcuno che conoscete e non vi piacerà sentir dire che se l’è cercata.

Tutto qua. Siate più consapevoli per favore.

logotullioTullio

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