Music Society – Considerazioni

MusciSociety

Mi volete spiegare cosa volete?  Proprio oggi ho letto un post su di un blog che non conoscevo, che parla in maniera abbastanza esauriente dell’apparente “morte del pubblico” ai concerti e in generale. Un post interessante che analizza la questione sotto diversi punti di vista e che, in sostanza, denuncia la totale perdita di interesse dell’ascoltatore medio verso un disco, un concerto o un’artista, perché troppo impegnato a scribacchiare sullo smartphone o a parlare col vicino durante tutto il live.

Vi lascio il link del post qui, così potete leggerlo e farvene un opinione.

Purtroppo, non sono del tutto d’accordo con chi scrive, anche perché, alla fine, sembra sempre che le personificazioni di questi malesseri sociali siano sempre queste povere Cover band a cui si da la colpa di tutti i mali della musica odierna. Ragionando in termini obiettivi, su una cosa l’autore ha ragione: siamo fottuti. Gli input sono tanti, tantissimi e facciamo fatica a concentrarci su qualcosa per più di dieci minuti. Per lo meno voi, io ancora ci riesco. Ma resta comunque in testa la domanda con cui ho aperto: volete dirmi che cosa volete?
Man mano che si legge il post in questione, la nostra voce interiore non fa altro che ripeterci “è vero!”, “ha ragione”, “giusto!” ma non ci sono risposte ai dubbi sollevati dall’autore. Ho provato a leggere i commenti per approfondire ma le uniche cose che sono riuscito ad estrapolare sono che: sono tutti musicisti, vivono tutti all’estero perché lì si sta meglio e che l’Italia fa schifo perché in Italia guadagna solo chi canta O Sole Mio. Niente di nuovo sotto al sole.

Volete per caso un ritorno ai fasti degli anni ’70/’80 ? Non si può, è passato e quello che c’era da rivoluzionare è già stato fatto, mi dispiace. Salvo qualche autore ancora in circolazione, come si fa ad avere la pretesa che il Music Business sia ancora sano e propositivo? Se così fosse non si spiegherebbe l’eccezionale successo dei gruppi moderni che ritornano sempre più su arrangiamenti Old Style o che, ciclicamente, ritorni di moda questa o quella corrente. Perché devo ascoltare Nina Zilli se posso ancora godermi i dischi dei Fugees o Aretha Franklin? Capitemi, non ne faccio una questione di tecnica vocale, suono la batteria, mica canto. Ne faccio una questione di proposta all’utilizzatore finale: l’ascoltatore. Ad oggi, le nuove generazioni magari manco sanno chi è Lauryn Hill, ma Nina Zilli è quello che gli viene proposto. Lei e un mare di altre cantanti o artisti molto simili tra loro che di nuovo hanno veramente poco, ma che sono l’unico modo per le etichette di guadagnarci ancora qualcosa.

Mi dispiace se offenderò qualcuno ma vi assicuro che lo dico con il massimo rispetto. Diamo la colpa ai telefonini, ai Talent Show, alle Cover Band o a noi stessi ed in parte è vero. Stiamo perdendo la capacità di emozionarci ma in tutta onestà: con chi mi devo emozionare? Con Justin Bieber? Ne ho giù parlato in qualche mio post precedente e lo ribadisco. Probabilmente se sommiamo i numerosi input esterni, l’eccesso di proposte e il fatto che la musica odierna sia una brutta imitazione di tutto ciò che è stato fatto finora…non c’è da stupirsi se la gente accorre in massa a sentire l’ennesima Cover Band che gli suona 10 Ragazze. Per lo meno lì vai sul sicuro.

Un’altra cosa: parliamo di casa nostra per favore. Smettiamola con questo mito che nel resto del mondo stanno tutti benissimo, sono tutti felici e perennemente in tournée a riempire locali e quant’altro perché magari è anche vero, ma non per tutti. Se prendiamo per esempio gli U.S.A. e ne facciamo anche solo una questione di numeri, a livello di bacino di utenza, è ovvio che ci sono più possibilità di crearsi il proprio seguito, soprattutto a livello locale. Ma non crediate che vi basti arrivare lì con la vostra chitarrina e di avere svoltato perché non sarà così facile. Ok si, c’è più gente interessata, ma c’è anche molta più concorrenza. E andate sereni che pure lì molta gente passa più tempo al cellulare che ad ascoltare il concerto a cui è andata. In Irlanda, in certi locali (N.B: non in tutti) ci sono appesi annunci con i quali il pub cerca delle band da fare esibire. Calma, non fate subito le valige perché non sempre avrete duecento persone a vedervi e non sempre verrete pagati. Per quel che ho potuto vedere c’è sicuramente più interesse del pubblico verso chi suona ma è un interesse dovuto all’aspetto culturale, non al fatto che siamo più stupidi noi italiani. Negli anni ho conosciuto (e tutt’ora conosco) diverse persone che sono partite per la mitica London City in cerca di fama e gloria e la stragrande maggioranza di loro ora lavora come impiegati o commessi (non che ci sia qualcosa di male eh!) qui in Italia, dove sono tornati di corsa con le quattro cose che non si sono venduti per pagare l’affitto. La vita là costa cara. Fidatevi.
Soprattutto, a voi esterofili: da dove pensate che vengano i format conosciuti come Talent Show?

Siete sconvolti perché andiamo a vedere dei live e passiamo metà del tempo a scorrere le notifiche sul telefono? E come ve ne siete accorti? Magari dando un’occhiata in giro per sgranchirvi il collo tra un Mi Piace e l’altro? Sostanzialmente me ne frego se il mio vicino sotto al palco parla di continuo col suo amico mentre il gruppo suona. Cazzi suoi. E’ lui che si perde qualcosa. Così come non mi stupisco se Manuel Agnelli è stato selezionato come giudice di X Factor. Probabilmente avrà finito i pochi soldi guadagnati con gli Afterhours e avrà bisogno di rifarsi un po il nome ma in fondo: chi se ne frega. In realtà mi stupisce di più vedere gli altri. Dai, seriamente: chi è Alvaro Soler?  L’ennesimo ragazzino di primo pelo con all’attivo solo un tormentone (che manco conosco) che viene messo a “giudicare” l’ennesimo “talento”. State sereni che preferisco cento volte continuare a guardare le notifiche sul cellulare.

Come ho detto, non ne faccio una questione di tecnica ma una questione di proposta. I gusti son gusti ma permettetemi di dire che dovrebbe esserci un limite a tutto. Nell’ultima decade ho assistito all’avvento dei vari  post modern rock, retro psycho punk, post death punk, modern strobo jazz, funky pop retro metal, djent, math core, ecc ecc. Tanti e nuovi modi per etichettare qualcosa di già sentito o dare un nome a qualcosa di nuovo di cui, francamente, non sentivo il bisogno. Ma in fondo, a chi suona, dovrebbe importare poco se quello che fa non piace a tutti e sarebbe più che giusto se fosse davvero così. Invece io ho il sospetto che molti di questi nuovi pseudo artisti siano poi quelli che si lamentano su internet che ai loro concerti non va nessuno e che la gente preferisca andare a sentire una Cover Band piuttosto che due ore di crisi esistenziali travestite da novità. Non entro poi nel merito perché è giusto che ognuno abbia la sua opinione e di certo non voglio convincere nessuno che ho ragione io.

In conclusione io non denuncio la perdita di interesse perché siamo dei trogloditi (anche se a volte facciamo di tutto per esserlo).Sono solo stanco di questo modus operandi per il quale diamo sempre la colpa agli altri dei nostri mali. Sono stanco di suonare in una cover band e leggere tutti i giorni insulti e cose poco simpatiche (eufemismo) su di noi che ancora ci divertiamo a fare quello che ci piace. Se le persone non riescono più ad emozionarsi forse è perché non c’è rimasto molto su cui farlo. Di artisti detti tali ce ne sono ancora, pochi ma ci sono e purtroppo è vero che non hanno gli spazi giusti in cui promuoversi, ma la colpa di chi è? Probabilmente non si saprà mai.

Tullio

 

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