Auto recensione

Ieri ho suonato ad un matrimonio con la mia cover band. Sticazzi non ce lo mettiamo? Data programmata a Dicembre 2015 con scaletta approvata dagli sposi, cachet stabilito e logistica organizzata.
Il luogo del ricevimento è una bella villa in campagna con tanto di piscina balneabile a disposizione di tutti e un bel patio dove sono stati sistemati i tavoli degli ospiti. Di fianco ai tavoli ci siamo disposti noi, esponendo il nostro fianco sinistro agli invitati. Dato che queste occasioni non capitano spesso, abbiamo deciso di andare a montare il materiale alle dieci del mattino, considerato che avremmo suonato non prima delle 21.30. Tutto questo per passare una rilassante giornata in acqua a bere birra e sparare stronzate come ogni rockstar che si rispetti.

La strada fatta per arrivare a questo giorno ci ha portato a dover affrontare alcune difficoltà e animate discussioni sull’importanza di essere professionali. Qualcuno ha saltato le ultime prove prima del concerto mentre chi c’era ha passato gli ultimi mesi a raccomandare (e raccomandarsi) di fare le cose per bene perché: “oh rega, stavolta ci danno un sacco di soldi. Vediamo di non fare figure di merda”.
Dal momento che, a parte il cantante, noi conosciamo solo di vista lo sposo, ho considerato la questione come un mero impegno di “lavoro”: vado, suono, incasso e saluto. Francamente devo essermi fatto un gran viaggio.
Ancor prima di iniziare a suonare il bassista è scomparso sotto foreste di braccia tese a brindare e dopo svariati prosecchi e lambruschi lo abbiamo perso. Pace.

Arriva il nostro momento e l’ansia incalza. Ci hanno chiesto di suonare mentre il resto degli ospiti mangiava il secondo e cosa devo dire? Il matrimonio era il loro e io sono stato pagato per suonare quando volevano gli sposi. Dopo quattro brani la situazione si è fatta…bizzarra. Il bassista non ha preso una nota neanche a piangere ma si sa: al pubblico non frega una cippa di quello che suoni, anche se lo suoni male. Mai frase fu più azzeccata.
Nel frattempo i vari amici/invitati con le molle caricate a prosecco e lambrusco hanno iniziato una vera e propria invasione di palco. Arrivava gente da tutti i lati.
Come in un asilo nido, noi (e soprattutto i nostri strumenti) siamo diventati l’attrazione del momento. C’era chi prendeva il microfono al chitarrista e iniziava a cantare canzoni a caso mentre noi stavamo facendo un’altro brano; un ragazzo tra gli invitati, molto bravo a cantare, ha iniziato a fare i cori al nostro cantante con una bellissima armonizzazione in growl…peccato che noi stavamo suonando Amore Disperato di Nada e poco ci azzeccava con la Cannibal Corpse version.
Il mio mantra fin dalla prima intrusione è stato: “vai sereno che ci hanno già pagato”.

Me lo sono ripetuto fino a che un simpatico umorista non si presenta alle mie spalle, con il pistolino di fuori, esattamente di fianco alla mia faccia. Lo trovava così spassoso che ha provato a sbattermelo su di un braccio, mentre suonavo. Vai sereno che ci hanno già pagato. 

Finiamo il quarto pezzo e una ragazza prende il microfono per annunciare una serie di scherzi agli sposi. Mezz’ora di interruzione. Ne approfitto per fumare. Un’altro simpatico umorista si siede alla batteria e inizia a sbattere con le bacchette tutto quello che trova. Un altro simpaticone in costume, esce dalla piscina e sgocciolando, comincia a correre tra un amplificatore e l’altro, innaffiando di tante meravigliose gocce d’acqua prese di corrente e alimentatori. Qualcuno ad un certo punto prende il microfono e cerca “il batterista” affinché venga suonare un pezzo che manco ci hanno mai chiesto e di muovermi “perché mi hanno pagato e devo fare quello che mi hanno chiesto”. Vai sereno che ci hanno già pagato. 

Dopo la pausa per il taglio della torta avevamo un patrimonio di ben venti minuti per finire lo show. Dovendo, come da permesso, finire tutto entro e non oltre la mezzanotte, abbiamo condensato due ore e mezzo di scaletta (e sei mesi di prove) in cinque pezzi.
Una volta che abbiamo re iniziato è re iniziato anche tutto il carrozzone di ubriaconi e casi umani, salsicce a penzoloni comprese.
Il bassista, nel frattempo, stando in piedi per miracolo, ha iniziato a suonare cose a caso e in certi pezzi manco ha suonato perché troppo impegnato a mantenere la sua immagine di uomo-festa. Molto rock’n roll, non c’è che dire. Peccato non fossimo i Sex Pistols.

Io sono della vecchia scuola. Ho una mia dignità. La mia faccia ha parlato per me, quella sera. Purtroppo la più grande delusione sono stato proprio io. Non ho trovato in me la forza per sbattermene di tutto. Ho lasciato che la mia mente iniziasse a lavorare a briglia sciolta e già dopo il primo pezzo non vedevo l’ora di andarmene.
Pensavo agli sposi e ai mille mila euro che hanno speso per il live, quando potevano farne tanti coriandoli e gettarli dal finestrino, almeno sarebbe stato coreografico.
Pensavo ai soldi che avevo in tasca che (senza offesa per nessuno) non compenseranno mai abbastanza l’incontro ravvicinato con la salsiccia penzolante.
Pensavo alla giornata trascorsa in loco dalle dieci del mattino quando avrei potuto passarla con la mia famiglia, avendo rinunciato ad andare via con loro, proprio per presenziare a quell’impegno di “lavoro”.
Pensavo ai miei compagni di avventure che si sono dimostrati molto più bravi di me e hanno fatto loro il mio mantra: vai sereno che ci hanno già pagato.
Pensavo al chitarrista che mi ha sgridato perché avevo “la faccia da funerale” e “non so più divertirmi” quando ad ogni singolo fottuto concerto fatto con lui, ho dovuto dirgli le stesse cose.
Pensavo al bassista, che ha passato l’ultimo mese prima del live, a lamentarsi del fatto che lui quel giorno aveva un altro impegno (da lui giudicato più importante) quasi a voler dire: vi sto facendo un immenso favore ad esserci. Fisicamente c’era.

Sono stato pagato profumatamente per andare lì e fare quello che mi piace e non sono riuscito a farlo come volevo. Il rovescio della medaglia. I gruppi si lamentano che non si riesce più a suonare pagati e questa volta è accaduto che ci hanno pagato ma non siamo (quasi) riusciti a suonare. Paradossale. Non sono stato capace di fare buon viso a cattivo gioco. Niente di grave, nessuno si è fatto male e la gente si è divertita lo stesso, ma io no. Sono stato pagato per fare divertire della gente a cui non fregava un beneamato pene di quello che facevamo. Anzi, avrei potuto chiedere il doppio dato che lo sposo non si ricordava più di averci già pagato. C’è chi ha esclamato “non ho mai guadagnato così tanti soldi senza fare un cazzo” e aveva ragione.  Forse è proprio qui l’inghippo: non mi è piaciuto guadagnare questi soldi senza aver fatto quello per cui mi sono preparato. Lo so. Sembra una bestemmia ma sono fatto così, credo in certi valori, fatemene una colpa.

Sproloqui gratuiti di un rocker insofferente.

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